Terapia cognitivo comportamentale e attacchi di panico

Terapia cognitivo comportamentale e attacchi di panico

“La paura è ciò di cui ho più paura” scriveva il filosofo francese Michel Eyquem de Montaigne. Questo aforisma descrive in modo accurato cosa sperimenta una persona che soffre di attacchi di panico.

Attraverso analisi statistiche si stima che ad oggi il 2% della popolazione mondiale sperimenta attacchi di panico: in Italia infatti, i dati mostrano che 10 milioni di persone hanno subìto almeno una volta un attacco di panico, mentre quasi la metà soffre di un vero e proprio disturbo da attacchi di panico.

In questo articolo, grazie all’aiuto del Dott. Colamonico, psicologo a Torino specializzato in psicoterapia cognitivo comportamentale e attacchi di panico, approfondiremo il rapporto proprio tra la terapia cognitivo comportamentale e attacchi di panico e come questo ramo della psicoterapia possa aiutare i pazienti che soffrono di attacchi di panico.

Attacchi di panico: cosa sono e come si manifestano 

Le crisi di panico – più comunemente attacchi di panico – sono episodi limitati di intensa ed improvvisa paura irrazionale e ingestibile, accompagnati da sintomi fisici e psicologici intensi. I sintomi si manifestano infatti all’improvviso raggiungendo la soglia massima sintomatologica entro 10 minuti, per poi dissolversi nell’arco di 20-30 minuti. Durante questo arco di tempo, si possono manifestare alcuni o tutti i seguenti sintomi degli attacchi di panico:

  • palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia (accelerazione del battito cardiaco)
  • sudorazione;
  • tremori fini o a grandi scosse;
  • dispnea o sensazione di soffocamento;
  • sensazione di asfissia (mancanza d’aria);
  • dolore o fastidio al petto;
  • nausea o disturbi addominali;
  • sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento;;
  • derealizzazione (sensazione di perdere l’idea di realtà) o depersonalizzazione (sentirsi distaccati da sé e dal proprio corpo);
  • paura di perdere il controllo o di impazzire;
  • paura di morire;
  • parestesie (formicolii);
  • brividi o vampate di calore.

(Cfr. Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali, DSM-5).

Chi ha vissuto almeno un attacco di panico lo ha descritto come un’esperienza orribile, spesso improvvisa ed inaspettata principalmente almeno la prima volta, tanto da sentirsi impotenti e di avere la sensazione reale di stare per morire. E’ ovvio che la paura di un nuovo attacco costringa la persona a modificare il proprio stile di vita per adattarsi e rispondere rapidamente ad una eventuale minaccia di una nuova crisi.

Il singolo episodio, a volte potrebbe sfociare in un vero e proprio disturbo da attacchi di panico (DAP), che rientra nella categoria dei disturbi d’ansia. I criteri per poter fare diagnosi di DAP, definiti dal DSM-5, sono:

  • Attacchi di panico inaspettati e ricorrenti;
  • Almeno un attacco di panico è stato seguito da almeno un mese con almeno uno fra i seguenti sintomi:
    • preoccupazione persistente di avere altri attacchi
    • preoccupazione relativa alle possibili conseguenze portate dalla crisi
    • significativa alterazione del comportamento in relazione agli attacchi di panico;
  • Presenza o assenza di agorafobia.

L’angoscia di poter rivivere un attacco di panico improvviso, porta la persona quindi ad avere difficoltà ad uscire di casa da sola, viaggiare o visitare luoghi pubblici, guidare l’auto o spostarsi con mezzi di trasporto affollati, essere in luoghi affollati e così via. Quindi, oltre alla paura che possa ripresentarsi l’episodio vissuto, un’altra difficoltà molto importante è la variazione del proprio stile di vita che comporta una ristrutturazione volta ad attenuare la “paura della paura” che sperimenta l’individuo. La persona, in questo modo, mette in atto comportamenti problematici anche in contesti pubblici manifestando anche la cosiddetta “agorafobia”, la paura, il terrore e l’imbarazzo di non riuscire a mettersi in salvo o non essere liberi di potersi allontanare da luoghi pubblici o di non riuscire a chiedere aiuto nel caso in cui si ripresenti un attacco di panico.

È inevitabile quindi, pensare a quanto possa essere difficile affrontare la quotidianità per chi vive con l’angoscia che si possa manifestare un entourage di sintomi non richiesti, ma intensi e destabilizzanti rendendo la persona fragile, impaurita ed emotivamente instabile.

L’intervento immediato di uno psicologo cognitivo comportamentale diventa indispensabile per aiutare il singolo a gestire i propri sintomi e migliorare la propria qualità di vita.

Terapia cognitivo comportamentale e attacchi di panico

Durante un convegno presso il National Institute of Health (NIH 1991) nel 1991 sono state divulgate tutte le informazioni disponibili sul disturbo di panico e i suoi trattamenti. Una delle conclusioni alla quale si giunse, fu che la terapia cognitivo comportamentale (TCC) risultasse come una delle terapie più efficaci ed ottimali nel trattamento di disturbi da attacco di panico.

Cos’è la psicoterapia cognitivo comportamentale?

La terapia cognitivo comportamentale è una psicoterapia, empiricamente validata, adottata nella pratica clinica da molti psicoterapeuti. Può essere descritta e spiegata come una terapia suddivisa in una struttura: definita, ma non del tutto rigida, per poter appunto assicurare l’efficacia attraverso metodologie flessibili; una struttura prescrittiva, poiché è lo psicoterapeuta che indirizza il paziente verso il percorso e l’intervento più consono per la condizione presentata; è strutturata secondo un tempo limitato poiché i cambiamenti attesi dovrebbero rientrare in un periodo temporale di circa sei mesi; infine è rivolta al qui e ora, alla risoluzione e gestione delle problematiche cognitive e comportamentali attuali.

Tecniche cognitivo comportamentali per attacchi di panico

Una delle applicazioni della psicoterapia cognitivo-comportamentale è quindi, ristrutturare i comportamenti e l’aspetto cognitivo della persona che, in questo caso, soffre di attacchi o disturbo di panico, agevolando la gestione della paura che possano ripresentarsi e migliorando la quotidianità della persona.

Ci sono molte tecniche adoperate in terapia per affrontare al meglio e imparare a gestire gli attacchi di panico.  Le più utilizzate sono:

  • Il training respiratorio. L’iperventilazione (la sensazione di mancanza di respiro, con respiri corti, poco fiato), è uno dei principali sintomi che caratterizzano la crisi di panico. Imparando a riconoscere l’insorgenza di queste sensazioni spiacevoli si potrebbe, attraverso l’utilizzo di tecniche specifiche di respirazione con l’aiuto del terapeuta, aiutare il cliente a gestire i sintomi fisici affrontando e controllando la paura che si ripresentino.
  • L’introduzione ai principi e alla pratica dell’esposizione agli stimoli enterocettivi. Questo intervento mette in campo l’utilizzo di una tecnica comportamentale chiamata Esposizione agli stimoli Enterocettivi, che si basa sull’esposizione graduale alle sensazioni fisiche che si verificano durante un attacco. Successivamente si mettono in atto interventi strutturati che agevolano e facilitano la gestione delle sensazioni spiacevoli subìte durante la crisi (respirazione diaframmatica e rilassamento fisico e mentale). Il fine ultimo è aiutare i pazienti a sperimentare sensazioni simili a quelle di un attacco di panico reale, in una situazione però protetta con il contenimento di un professionista che indirizza la persona verso un comportamento finalizzato alla gestione della paura e dei sintomi della crisi stessa.
  • Ristrutturazione cognitiva. Numerosi studi avviati da autori come Beck, Laude, e Bohnert nel 1974 o Sanderson et al. nel 1987, hanno osservato che i pazienti durante gli attacchi di panico riferiscono di avere pensieri drammatici e catastrofici, di aver una paura reale di morte imminente. Può succedere anche che, durante una crisi di panico, i clienti possano sperimentare la paura di impazzire, di perdere il controllo, di avere un attacco di cuore, di non capire più dove ci si trova e così via. Questa tecnica, messa in atto con l’utilizzo di diari di bordo, ha come obiettivo quello di indirizzare la persona ad assumere un atteggiamento di verifica empirica e critica nei confronti dei propri pensieri disastrosi, poichè riconoscere spiegazioni e significati alternativi, aiuterebbe l’individuo a riconsiderare le proprie paura catastrofiche e rimpiazzare queste angosce con pensieri realistici e funzionali, razionali, rivalutando, quindi, le proprie crisi di panico.
  • Apprendimento di abilità aggiuntive attraverso l’incremento di comunicazione, assertività, abilità sociali. Spesso, come citato in precedenza, chi convive con questa condizione riferisce di essere in ansia anche in contesti sociali a causa di scarse abilità di gestione dei rapporti interpersonali.

Attraverso training di gruppo vengono acquisite abilità sociali come distinguere i comportamenti aggressivi da quelli assertivi, mettere in atto una comunicazione verbale e non verbale ottimale, riconoscere i principali errori di pensiero durante le proprie interazioni sociali e modificarli, lavorare sull’estinzione o la modificazione di critiche manipolative e quindi disfunzionali e sviluppare l’abilità di ricercare critiche costruttive e funzionali.

Concludendo, gli attacchi e i disturbi di panico, come altre condizioni fisiche e psicologiche, non sono irrisolvibili anzi, con l’aiuto di un professionista specializzato in questo ambito e soprattutto con una forte motivazione e volontà di andare a fondo per poi risalire più forti di prima, si possono gestire nel modo più efficace per ognuno, con come unica conseguenza una miglior qualità della propria vita.

Ringraziamo il Dott. Colamonico, psicologo cognitivo comportamentale a Torino, per il prezioso contributo fornitoci oggi, nella speranza di aver aiutato i nostri lettori a capire meglio come il trattamento cognitivo comportamentale possa essere tra i migliori rimedi agli attacchi di panico.

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